"Sono in ritardo."
"I'm late."
Eccole, le mie frasi preferite della giornata. Le ripeto forse anche trenta volte e spesso non sono ancora arrivata a metà pomeriggio. Spesso vengono accompagnate dalla parola "merda" o "shit", pronunciata a denti stretti per non impartire cattivi insegnamenti ai minori.
Sono sempre in ritardo, non posso farci nulla.
La sveglia suona: una, due, tre volte, arrivo fino a cinque. Non la sento, non ci riesco, forse perché la sera precedente ho avuto la brillante idea di leggere un libro per intero, cosa che capita almeno cinque volte la settimana. E allora la mattina arranco, spesso vengo svegliata dal nano più piccolo, che prende il cellulare poggiato sul comodino e me lo scaraventa sulla fronte, come per dirmi "Mamma, spegni questa dannata sveglia, alzati e andiamo a fare colazione". So che vorrebbe dirmelo, glielo leggo negli occhi, ma non lo fa. Dice solo sei parole in tutto. E allora ci alziamo e comincio a imprecare perché siamo in ritardo e probabilmente arriveremo a scuola a campanella già suonata.
Corro dal nano grande che invece è ancora con la testa sotto il cuscino - a preso da suo padre - e lo convinco a tirarsi giù dal primo piano del letto a castello e a vestirsi, contro voglia, perché dice "Fuori è ancora buio" e ha ragione, ma siamo in Irlanda e nei mesi autunnali e invernali è buio quasi per tutto il giorno; ma lui non se ne fa una ragione e allora, continuando a ripetermi come un mantra che non farò mai in tempo ad arrivare a destinazione, cerco di spiegargli, per l'ennesima volta, che è ora di andare, anche se fuori è buio.
Colazione - tardi - lunch box, denti, scarpe, giacche - maledizione debbiamo correre - chiudi la porta alle tue spalle e ti rendi conto che fuori piove e hai bisogno del para pioggia per il passeggino, che ovviamente hai lasciato nel bagno al piano di sopra ad asciugare.
Riapri la porta e suona l'allarme, perché hai dato un colpo troppo forte prima di aprirla. Spegnilo, sali al piano di sopra, afferra il maledetto para pioggia e sistemalo sul passeggino, infilati un cappuccio e parti a razzo per percorrere il tuo chilometro e duecento, per la prima delle quattro volte in cui lo farai durante la giornata.
Corri, sei in ritardo, la prima campana suona e non sono neanche a metà strada, ho solo dieci minuti scarsi per raggiungere la scuola prima che suoni la seconda e se questo dovesse accadere, dovrò firmare il foglio del ritardo, sotto lo sguardo accigliato del nano maggiore, che non vuole assolutamente arrivare tardi a scuola.
Forse ce la faccio, sì, stamattina ce la faccio, arrivo in tempo, ma sono in ritardo, devo passare al supermarket prima di rientrare a casa e mettermi a lavorare.
Sono in ritardo, ho delle scadenze, ho delle fatture da inviare, ho dei lavori da terminare.
Impreco, tante volte, mentre la casa è un campo di combattimento con uno solo in giro, presagisco quello che accadrà quando saranno in due nel pomeriggio.
Sono in ritardo, non ho tempo di mettere in ordine, preparo il pranzo per il nano piccolo mentre finisco di leggere le ultime mail e cerco di rispondere dal tablet, mentre ricevo dieci messaggi su Facebook perché ritardo nelle mie risposte. Ma sono in ritardo e neanche oggi riuscirò a rispondere a tutti.
È ora di tornare a scuola, mi fiondo per strada ringraziando il sole che fa capolino fra le nuvole, almeno per metà delle volte oggi non m'innaffierò.
Arrivo per un pelo, i bambini sono già fuori ad attendere in fila nel campo da basket, mio figlio mi guarda di nuovo accigliato perché non mi ha trovata pronta all'uscita. Mi verrebbe da dire un "Merda" ma mi trattengo, la scuola ci tiene al contegno.
Torniamo a casa - ho fatto già cinque chilometri a piedi e sono solo le tre del pomeriggio - ci attendono i compiti.
Che gioia.
Ok, posso farcela, sono solo un po' in ritardo, in fondo, nulla è perduto.
Portiamo a termine i nostri compiti, i nani giocano, litigano, si azzuffano, poi si abbracciano e giocano insieme, poi si prendono di nuovo per i capelli e io intervengo, maledizione non faccio in tempo a finire questo editing prima della cena. Ok, posso farlo dopo.
Cucino mentre piego i panni e magari do una spazzata a terra, ci sono resti di cibo ovunque. Ceniamo, poi un po' di benedetti catoni animati, che mi danno un'ora di tregua prima della messa a letto.
È ora, si va a dormire.
Magari.
"Prima devi prenderci!"
Ok, mi tocca.
Corro su per le scale mentre uno si nasconde in bagno e l'altro cerca d'infilarsi nel mio armadio. Acciuffo il primo, il più arrendevole, e lo convinco a infilarsi il pigiama e andare a lavarsi i denti. Metà del lavoro è fatto.
Mi tocca l'altro.
Dio mio.
Impiego circa 15 minuti per tirarlo fuori dal suo nascondiglio, convincersi a infilarsi il pigiama e lavarsi i denti, poi mettersi a letto, mentre mi guarda da sotto le coperte e mi fa capire che non è ancora finita. E infatti, arriva il momento della favola, mentre mi distraggo a prendere un libro dalla libreria, lui salta fuori e comincia a correre giù per le scale, di nuovo. Mentre cerco di riacciuffarlo l'altro decide di corrergli dietro e così andiamo avanti per una decina di minuti, fino a quando entrambi non sono sotto le coperte, mentre leggo la storia della sera.
Forse ce l'abbiamo fatta.
Guardo l'ora: indovinate? È tardi.
Finisco quello che è rimasto in sospeso fino a quando gli occhi mi aiutano, poi decido di ritirarmi al piano di sopra per dormire, finalmente, ma c'era quel libro che volevo tanto leggere… solo qualche pagina…
Sono le due del mattino e ho terminato il libro.
Merda, è tardi! Domani non ce la farò mai.
E poi domani arriva e si ripete più o meno la stessa scena. E ce la faccio. Ancora tre giorni, ancora, due, poi solo uno e il weekend arriva, mi faccio forza, ce la posso fare.
Sì.
Le mie giornate, tutte pressoché identiche, tutte in ritardo, tutte di corsa. Talvolta mi rendo conto che non ho pranzato e mi dico, va bene, lo farò domani.
Domani. Non prendiamoci in giro, domani sarò ancora in ritardo e qualcosa salterò. Di nuovo.
È la mia vita, è la vita di tutti, quella vita sempre di corsa, senza respiro, senza un attimo di pausa.
Mi piace. È la mia.
Poi accade, un giorno. Sei in maledettissimo ritardo, corri. Hai dimenticato l'ombrello o il cappello e non hai il cappuccio. Va bene, niente di grave. Il nano crolla nel passeggino, coperto dal suo para pioggia, allora infili le cuffie nelle orecchie e avvii la tua playlist, quella dedicata a momenti come questi. Cammini, ti affretti, con il fiatone, i capelli che colano e la musica nelle orecchie. Ti guardi intorno e non senti nulla, non senti altro che te stessa e i tuoi pensieri.
Ed eccolo, quell'attimo di assoluta perfezione.
Stanca, distrutta, in ritardo, bagnata.
Viva.
La musica ti accompagna e l'andatura va a ritmo. Sorridi, allo stress, alle paranoie, a tutto ciò che ti preoccupa. Sorridi e tutto sembra meno incasinato, meno difficile, meno impossibile. E quasi ti sembra di non essere neanche in ritardo.
Quell'attimo perfetto, in cui sei in pace con te stessa e con il mondo intero.
Quell'attimo in cui ti senti te stesso e non vorresti essere nessun altro e non vorresti essere in nessun altro luogo.
E ascolti, la tua mente che si apre e il tuo cuore che pulsa e poi arriva. L'idea. Quell'idea che ti dà la carica, che non ti fa sentire il peso del mondo, che ti rende semplicemente te stessa.
Quell'idea che potrebbe dare vita a tutto o a niente, ma è la tua, preziosa, spontanea, unica.
E così quell'attimo di assoluta perfezione può risollevarti un anno intero, perché da quell'attimo può scaturire ogni cosa e vale la pena di essere in ritardo tutta la vita anche solo per uno di questi momenti.
Antonella
Corri, corri e corri, ma come fai?!
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