Monday, 1 June 2015

Making Faces - Sei il mio sole anche di notte di Amy Harmon - Newton


TRAMA

Ambrose Young è bellissimo, alto, muscoloso, con lunghi capelli che gli arrivano alle spalle e uno sguardo che brucia di desiderio. Ma è davvero troppo per una come Fern Taylor. Lui è perfetto, il classico protagonista di quei romanzi d’amore che Fern ha sempre adorato leggere. E lei sa bene di non poter essere all’altezza di un ragazzo del genere… Ma la vita a volte prende pieghe inattese. Partito per la guerra dalla piccola cittadina di provincia in cui i due giovani sono cresciuti, Ambrose tornerà trasformato dalla sua esperienza in prima linea: è sfigurato nei lineamenti e profondamente ferito nell’anima. Fern riuscirà ad amarlo anche se non è più bello come prima? Sarà in grado di conquistarlo? Saprà curarlo e ridargli la fiducia in sé?


RECENSIONE

Mi trovo in uno di quei casi in cui un libro da tutti amato e osannato non mi colpisce, non mi piace e quasi m’infastidisce.
Sono talmente tante le cose che mi hanno lasciata perplessa che ancora sono senza parole, e non nel senso positivo.

I temi potenzialmente forti e importanti trattati dall’autrice sono affrontati in modo superficiale e poco approfondito, tutto appena accennato, solo per fare da cornice a una storia d’amore che alla fine non viviamo, perché anche quella resta lì, in superficie, in attesa di essere svelata, scoperta e vissuta.

Ambrose, cosa dire di questo ragazzo. Lo conosciamo nel periodo dell’adolescenza a attraverso questi continui flashback che hanno messo davvero a dura prova la mia perseveranza nella lettura, conosciamo anche uno scorcio più fanciullesco, che dovrebbe farci conoscere appieno questo personaggio ma che sortisce l’effetto contrario. 
Sono confusa, smarrita e non riesco a focalizzare Ambrose, questo ragazzino rimasto a mio avviso tale, alla cui crescita non abbiamo assistito perché se anche ferito nell’animo e nel fisico, Ambrose non cresce, non matura, non diventa un uomo.
Focalizzato sul tema della bellezza, Ambrose resta ai margini, quasi come se fosse un personaggio secondario perché la sua presenza è talmente poco incisiva che in certi passaggi quasi dimenticavo chi fosse. Il suo dolore e il suo lutto non mi sono arrivati, non sono riuscita a provare pena per lui, non sono riuscita a entrare nel suo mondo e lui non è riuscito a entrare ne miei pensieri. Ho terminato questo libro ieri sera e già mi sono dimenticata di lui. 
Il dolore avrebbe dovuto sì annientarlo, ma aiutarlo a maturare, aiutarlo a capire che la vita è un dono, che ha la possibilità di continuare a essere e a afre ciò che gli altri non potranno più fare. E invece cosa fa, si accascia, si autocommisera, non si guarda allo specchio e non vuole che lei lo guardi perché è brutto?

Fern, cosa dire dell’eterno brutto anatraccolo con gli occhiali, insicura, con l’apparecchio ai denti, i capelli rossi, le lentiggini… devo continuare? Vogliamo aggiungere qualche altro cliché?
Fern è brutta, almeno secondo lei e secondo quello che dicono gli altri di lei. Si può parlare di bellezza e bruttezza a partire dai dieci anni? Ma cosa vogliamo trasmettere al lettore, fatemi capire? Ho odiato quel Flashback, avrei chiuso il libro in quel momento.

Fern ama Ambrose da quando aveva dieci anni, lei è la classica bruttina senza amici che tutti ignorano; lui il bellissimo, super figo, muscoloso, alto, campione sportivo con un futuro brillante che tutte vogliono ma non è lo stronzo che si pensa (Oh. Mio. Dio. Ancora? Sul serio?).
Lui la ignora, lei lo ama da lontano. Poi all’improvviso si accorge di lei ma parte, la sua vita viene sconvolta dal dolore e dalla perdita, ritorna, la rincontra, fugge da lei perché non è più il bello impossibile e pensa che lei sia troppo bella per lui… non posso farcela, davvero. No.

“Perché ti comporti come se fossi il vecchio Ambrose? Come se volessi che ti baciassi. Come se non fosse cambiato niente dai tempi di scuola.”
“Alcune cose non sono cambiate.”
“Notizia flash, Fern Taylor! È cambiato tutto! Tu sei bellissima, io orribile, non hai più bisogno di me, mentre io ne ho, eccome!"
“Tu invece di comporti come se la bellezza fosse l’unica cosa che rende degni di essere amati. Non ti amavo solo perché eri bello!”

Un libro come dicevo con del potenziale. C’erano dei temi da affrontare, da snodare, da vivere, su cui magari farsi un bel pianto… ma dove sono finiti?
Il dolore, la perdita, la morte… Ambrose li ha vissuti sulla sua pelle e ne porta dolorosamente i segni, ma è qualcosa che non elabora mai davvero, che non ci prende perché resta in sospeso.
Fern, mia piccola, dolce, Fern, amante dei romanzi rosa, che non ha mai baciato un ragazzo, che non ha mai avuto esperienze… personaggio abbastanza insulso che non ti lascia nulla, in cui non puoi immedesimarti, con cui non entri in contatto e di cui, anche qui, ti dimentichi completamente a fine libro.

Vorrei concludere perché potrei andare all’infinito e guadagnarmi un po’ d’insulti da tutti coloro che hanno amato alla follia questo libro.
Non c’è una vera storia d’amore, io non l’ho vista. Tutto rimane alla fase adolescenziale fino a che non scopriamo il finale di cui ovviamente non posso parlare, ma che ci lascia un vuoto da colmare di dimensioni epiche.

Le labbra di lei lo accolsero, muovendosi piano, esplorandolo, assaporandolo, e Ambrose Young si sentì scivolare e cadere, senza incontrare la minima resistenza, innamorandosi perdutamente di Fern Taylor.

La bellezza, il tema ricorrente di cui l’autrice ci parla a mio avviso in modo errato. Anche se ho capito il suo intento, secondo me con i suoi giri di parole infiniti e la sua prolissità (che mi ha sfiancata e fatta sbuffare decine di volte) è riuscita a ottenere l’effetto contrario. Non ho avuto la sensazione che la bellezza risiedesse all’interno, nei sentimenti, nei gesti, nelle piccole cose. Mi è rimasta addosso quella fastidiosissima sensazione che la bellezza venga prima di tutto e che i personaggi si arrovellino il cervello con questa stronzata fino alla fine. Lo so che non volevi dire questo, Amy, ma questo mi è arrivato, forse è un problema mio, forse non ho letto attentamente fra le righe ma sinceramente, a un certo punto, le righe diventavano troppe, noiose, ripetitive e inconcludenti.

Una sola parola positiva la vorrei spendere per il personaggio di Bailey, coraggioso, determinato, maturo e grato. Un piccolo faro in un libro da dimenticare. Attraverso di lui abbiamo i momenti migliori, le frasi migliori e possiamo finalmente guardare in faccia la realtà, capire che la vita è e sarà sempre un dono e che in qualsiasi modo e in qualsiasi situazione vale la pena di essere vissuta. 

Due stelle date davvero a malincuore.






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